Domenica, 8 Settembre, 2013 - 17:21 - E.I.

Alla ricerca del vitigno scomparso: la Slarina.

Quando si parla di archeologia ampelografia vengono subito in mente enologi e viticoltori, vestiti da Indiana Jones e assetati di avventura, che danno la caccia a vitigni scomparsi nei luoghi più reconditi del globo.

La fantasia in effetti non si distacca molto dalla realtà, almeno per quanto riguarda il coraggio a esplorare territori sconosciuti. Per quanto riguarda la zona di caccia, invece, i temerari possono tranquillamente rimanere entro i confini della nostra penisola che è da sempre custode di una straordinaria varietà di vitigni.

 

Ultimamente però, il legame che ha sempre unito la civiltà contadina italiana alle varietà tipiche del territorio è andato via via indebolendosi con lo scomparire delle tradizioni rurali, fino a spezzarsi definitivamente negli ultimi quattro decenni a causa dell’affermarsi di mode enologiche che hanno imposto l’utilizzo di varietà non tradizionalmente autoctone. Per inseguire i gusti del mercato, le vigne sono state sostituite da varietà commercialmente più appetibili e di alcuni vitigni autoctoni non sono rimaste che poche tracce sparse qua e là.

Ora: con la comprensione del valore della biodiversità nata negli ultimi anni, ci si è resi conto del pericolo rappresentato dalla scomparsa dei cultivar minori, rari e abbandonati. Grazie alle tecniche enologiche moderne, molte di queste varietà possono dare luogo a vini di tutto rispetto e dotati di una personalità interessante e originale.

In Piemonte, a partire dagli anni Novanta, grazie anche a un alleanza tra scienziati e contadini, rappresentati rispettivamente dai ricercatori (ampelografi ed enologi) del dipartimento di Agraria dell’Università di Torino, dal braccio operativo della Cantina sperimentale  e dai vignaioli dell’Associazione Vignaioli Piemontesi, è iniziata la caccia per scovare gli ultimi superstiti delle varietà a rischio di estinzione.

Gian Maria Vergano, membro dei Vignaioli Piemontesi, ci racconta di come quest’alleanza abbia portato al recupero della Slarina, una varietà quasi estinta originaria del territorio compreso tra Alessandria, Tortona e Novi Ligure.

Ecco le domande di Goodful e le risposte di Vergano:

Goodful: “Gian Maria, come siete arrivati al recupero della Slarina?”

Vergano: “Nel 1992 l’associazione ha cominciato a collaborare con Anna Schneider del dipartimento di Scienze Agrarie. All’epoca lavoravamo su dieci varietà quasi scomparse, nel corso degli anni tra queste dieci ne sono state selezionate quattro, le più promettenti dal punto di vista enologico e della qualità vegetativa, per essere inserite nel catalogo dei vitigni piemontesi. La Slarina è una di queste.”

Goodful: “Quali sono le caratteristiche principali della Slarina?”

Vergano: “La Slarina è un vitigno rustico a bacca nera, dalla buccia spessa, a grappolo spargolo, resistente ai marciumi, ha una buona produzione media, ma è un po' incostante. Gli anziani delle zone di origine ricordano che i nonni ne collocavano alcune viti tra i filari di grignolino per moderare le spigolosità di quest'ultimo, visto che i suoi tannini sono abbastanza docili. Grazie alla sua resistenza alle muffe e ai marciumi veniva anche fatta appassire nei sottotetti per essere consumata a Natale.”

Goodful: “Che progetti avete per il futuro della Slarina?”

Vergano: “L’intenzione è quella di promuoverne la diffusione perché nelle microvinificazioni esplorative che abbiamo effettuato nel corso degli anni ha rivelato un buon potenziale enologico. Per i piccoli produttori potrebbe rivelarsi commercialmente interessante , considerando anche il rinnovato interesse per i vitigni autoctoni italiani.”

Goodful ha incontrato Fabrizio Iuli di Cascina Iuli, che ha iniziato la sperimentazione con la Slarina. Nel prossimo post approfondiremo insieme l’argomento.

 

 [Crediti | Link e immagini: Università degli studi di Torino, Cantina Sperimentale, Vignaioli piemontesi, Cascina Iuli.]

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